La croce e la
Sindone sono gli oggetti sacri simboli della
Settimana Santa. La croce, ricorda la passione e
la morte di Cristo; la Sindone, cioè quel
Lenzuolo di lino che, secondo la tradizione
avvolse il corpo di Cristo morto, richiama la
Risurrezione. Sembra, infatti, che la misteriosa
immagine rimasta impressa su quel lino, che dal
1578 si conserva a Torino, sia il ricordo che
Gesù ha voluto fare al mondo: un’immagine
prodotta dall’energia potente che si sprigionò
dal suo corpo, mentre vinceva la morte.
Per i credenti,
la Sindone è la reliquia più preziosa che si
possa immaginare; per i non credenti invece è
spesso oggetto di strano e irriducibile odio.
Fino alla fine
dell’Ottocento, solo i cristiani si
interessavano della Sindone, e solo per
venerarla. Poi accadde un fatto straordinario.
Nel 1898, cento e dieci anni fa esatti, il
cardinale di Torino decise di far fotografare
per la prima volta la Sindone. Il compito fu
affidato all’avvocato torinese Secondo Pia, che
era anche un provetto fotografo. Egli stesso
narrò che per poco la preziosa lastra non gli
cadde di mano, quando, durante lo sviluppo, vide
formarsi sul negativo la figura ‘positiva’ di un
uomo. Quel soggetto aveva capovolto tutte le
leggi che governano un procedimento fotografico.
Si scoprì così che le impronte della Sindone
hanno tutti i caratteri di una immagine negativa,
e che il negativo fotografico diventa perciò
un’immagine positiva. Una caratteristica unica e
che resta tuttora inspiegabile.
Cominciarono a
interessarsi della Sindone gli scienziati. Altri
fotografi ripeterono l’esperimento che venne
investigato in tutte le sue possibili
interpretazioni. L’interesse cresceva. Gli
storici scoprirono un’infinità di documenti che
permisero di ricostruire gli spostamenti di
quella reliquia da Gerusalemme all’Europa dove,
in Francia, venne per la prima volta esposta al
pubblico tra il 1373 e il 1375. Gli scienziati,
avvalendosi di strumenti di ricerca sempre più
sofisticati, dimostrarono che l’immagine
visibile in quel lino non è una pittura, non è
un disegno, non è neppure un’immagine ottenuta
con l’impressione a fuoco. Su quella tela non ci
sono assolutamente tracce di pigmenti coloranti.
Invece, sono state trovate tracce di sangue
umano, del tipo AB. L’elaborazione al computer,
inoltre, ha mostrato che quell’immagine ha
proprietà tridimensionali, che non appartengono
né ai dipinti né alle normali fotografie.
Negli Anni
Settanta, destò grandissimo interesse lo studio
sui pollini conservati nella Sindone. I granuli
di polline sono estremamente resistenti e si
conservano per millenni pressoché inalterati.
Possono quindi essere ritrovati su svariati
materiali archeologici e, una volta identificati,
possono dare indicazioni precise riguardo alle
regioni della terra dove i reperti sono stati
trovati. Applicate alla Sindone, le analisi dei
pollini avrebbero potuto stabilire se il Sacro
Lenzuolo di Torino è lo stesso di cui parlano i
Vangeli, e che fu a Gerusalemme, a Edessa, a
Costantinopoli eccetera. Le ricerche furono
condotte dal botanico e criminologo svizzero Max
Frei, poi dal professor Luigi Baima Bollone,
docente di medicina legale, e anche da un équipe
di scienziati americani. Esse hanno confermato
tutti gli spostamenti e i viaggi fatti dalla
Sindone nel corso dei secoli di cui si ha
notizia attraverso i documenti storici. Sul
lenzuolo infatti, vennero trovati 25 tipi di
polline di piante che crescono solo nella zona
di Gerusalemme; 11 tipi di polline di piante
tipiche della zona del Mar Morto; 18 tipi di
polline di piante dell’Anatolia, dove si trovava
Edessa; 14 specie di pollini di piante sul Mar
Nero, dove si trovava Costantinopoli. E poi
pollini della Francia centrale, dell’antica
Savoia e del Piemonte.
A questo punto
mancava solo la prova che, negli Anni Ottanta,
veniva ritenuta la ricerca scientifica dal
risultato infallibile per la datazione di un
reperto archeologico: l’esame al Carbonio 14.
Con quell’esame si poteva definitivamente
dimostrare che la Sindone risaliva ai tempi di
Cristo, e che era quindi autentica. La ricerca
venne organizzata nel 1988 ed eseguita
contemporaneamente in tre Laboratori di grande
prestigio internazionale: quello di Oxford in
Inghilterra, quello di Tucson Negli Stati Uniti,
e quello di Zurigo in Svizzera. I risultati
vennero resi noti nell’ottobre del 1988, nel
corso di una conferenza stampa, alla presenza
del Cardinale di Torino. Il responso del test
stabiliva che la Sindone risaliva a un’epoca
compresa tra il 1260 e il 1390: era quindi un
falso.
Fu un responso
clamoroso, che sconvolse milioni di fedeli,
portando confusione tra i credenti e facendo
gridare vittoria agli scettici. Indescrivibile
dolore per i credenti. Giubilo esasperato per i
non credenti, che da allora hanno martellato
tutte le fonti informative con quel risultato.
Ma le ricerche
scientifiche continuarono e qualche anno dopo,
la validità del test del carbonio cominciò a
vacillare. Uno scienziato russo, Dimitri
Kutznetov, dimostrò che un telo sottoposto a un
grande calore, si arricchisce di carbonio,
risultando più giovane di quello che
effettivamente è. La Sindone, nel 1532, mentre
si trovava Chambéry, nell’Alta Savoia, era stata
vittima di un incendio gravissimo, e certamente
il calore delle fiamme aveva alterato i valori
del carbonio in essa contenuto. Questo
dimostrava che il responso del test del carbonio
14 non era attendibile. Altre ricerche fatte in
vari Paesi con l’aiuto di nuove conoscenze
scientifiche e nuovi macchinari, hanno
confermato i sospetti del professor Kutznetov.
Finora però gli scienziati dei tre laboratori
che avevano eseguito l’esame al carbonio 14 nel
1988, si erano sempre rifiutati di prenderle in
considerazione queste nuove ricerche. Invece
pare che, ora, le cose stiano veramente
cambiando.
Il professor
inglese Christopher Bronk Ramsey, scienziato di
grande valore, che al tempo dell’esame al
Carbonio 14 del 1988 era il più giovane
ricercatore partecipante a quell’operazione, ora
è direttore dell'Oxford Radio Carbon
Accelerator di Londra, ed ha accettato di
‘rivedere’ quegli esami. Non si sa in che modo e
con quali risultati. Lo rivelerà lui stesso
sabato prossimo 22 marzo, nel corso di un
documentario sulla Sindone che sarà trasmesso
dalla BBC di Londra.
Autore del
documentario e artefice del coinvolgimento del
professor Ramsey, è stato David Rolfe, grande
documentarista inglese, pluripremiato, che già
nel 1978, trent’anni fa, aveva realizzato uno
straordinario documentario sulla Sindone dal
titolo ‘Testimone silenzioso’. Allora, David
Rolfe era molto giovane. Sembra che l’impatto
con quel Lino misterioso abbia lasciato un
profondo segno nella sua vita. E quando, nel
1988, apprese che la scienza datava la Sindone
al tardo medioevo, rimase molto sconcertato. Ma
le emozioni provate e le convinzioni maturate
non lo abbandonarono. Continuò a ricercare.
Voleva conoscere tutta la verità possibile.
Cominciò a lavorare a un nuovo documentario.
Anni di riflessioni, di ricerche, di studi per
questo suo nuovo lavoro che si intitola ‘La
Sindone, le prove materiali’. Ed è stato lui a
convincere Il professor Ramsey a riprendere in
mano la questione dell’esame al carbonio 14 del
1988.
Con Rolfe ha
lavorato anche un giovane documentarista
italiano, Alessandro Pavone, 29 anni, così bravo
da essere stato scelto per questo straordinario
impresa del grande Rolfe. Ma anche Pavone,
generoso di informazioni su come stato girato
questo nuovo documentario, ha la bocca cucita
per quanto riguarda le dichiarazioni del
professor Ramsey. Bisogna quindi attendere
sabato sera, quando la BBC, che ha finanziato il
programma, lo trasmetterà.
Pavone ci ha
detto che il documentario dura un’ora circa. Si
tratta di un filmato ad alta definizione, che
darà la possibilità di vedere la Sindone come
mai era stata vista prima. Il conduttore è uno
dei volti più popolari della BBC, Pageh Omaar,
40 anni, somalo. Un giornalista bravissimo,
molto esperto in impegni del genere. Una cosa
curiosa sta nel fatto che il regista, Rolfe, è
un cristiano e che Omaar è invece musulmano, e
hanno lavorato insieme in perfetta sintonia.
L’attesa è
alta. Soprattutto negli ambienti cattolici.
<<Non ci saranno rivelazioni clamorose>>, dice
la dottoressa Emanuela Marinelli, sindonologa.
<<Ma la scelta del professor Ramsey di rivedere
gli esami del 1988 è di grandissima importanza.
Apre una finestra nella ricerca, un dialogo che
potrebbe avere conseguenze straordinarie>>.
Mentre il
regista Rolfe faceva le riprese sulla Sindone a
Torino, la società ‘Hal 9000’ di Novara ha
realizzato una serie di immagini ad alta
definizione utilizzando tecnologie innovative.
Con una di quelle immagini è stata realizzata la
più grande gigantografia della Sindone che si
conosca: una riproduzione su tela lunga 21
metri e alta 9. Per tutto il periodo della
Quaresima, la gigantografia è rimasta esposta
sulla parete esterna del Duomo di Novara, e ora
verrà inviata a Sidney, in Australia, per
essere esposta durante le Giornate Mondiali
della Gioventù del prossimo luglio, cui prenderà
parte anche Papa Benedetto XVI.
Ogni giorno, i mezzi di comunicazione ci
sommergono con informazioni preoccupanti e
tristi. Malapolitica, malasanità, sprechi
infiniti di denaro pubblico, ruberie
istituzionalizzate, imbrogli, sovvertimento dei
valori, povertà strisciante e crescente,
polemiche velenose tra gli uomini più in vista
del Paese, quelli che dovrebbero essere di
esempio perché sono le guide da noi stessi
elette.
Un senso di smarrimento coglie l'uomo della
strada che si chiede: Ma l'Italia è proprio
ridotta così male?
Per fortuna, quelle brutte notizie non
fotografano l'intero Paese. E' uscito in questi
giorni un libro pubblicato dall'Editrice Ancora,
che racconta una storia bella e positiva. La
storia di uno dei tantissimi piccoli
imprenditori italiani, categoria di cui si parla
poco ma che rappresenta l'ossatura robusta su
cui poggia la nostra economia anche nei momenti
difficili. Un omaggio, quindi, all'Italia che
lavora e crea lavoro. Magnificamente scritto da
Roberto Allegri, il libro si intitola 'Il sarto
di Guareschi' ed è la storia di un cittadino
qualunque, ma che ha realizzato grandi cose per
la società. Quest'uomo si chiama Nicola
Martinelli, è un imprenditore veronese che,
partendo da zero, in mezzo secolo di attività ha
messo in piedi un piccolo impero. Non tanto di
soldi, ma di una ricchezza ben più importante
dei soldi, quella dei posti di lavoro.
Figlio di povera gente, Nicola Martinelli è nato
nel 1925 a Sandrà, piccolo centro sul lago di
Garda. Fin da bambino voleva diventare sarto.
Imparò il mestiere dall'unico professionista
della zona. Dopo la guerra si mise in proprio,
ma sul Garda non c'era possibilità di sfondare.
Nel 1949, emigrò a Milano. Era un giovane timido,
riservato, quasi pauroso. Grande lavoratore e
bravissimo nella sua professione di sarto per
uomo, ma con quella timidezza non avrebbe mai
fatto strada. Per fortuna, incontrò Giovannino
Guareschi, il grande scrittore, l'inventore di
Don Camillo. Guareschi era all'apice della fama,
ma aveva conservato quella sua straordinaria
sensibilità verso le persone umili. Intuì le
potenzialità di quel sarto timido e volle
aiutarlo. Lo presentò ai propri amici,
giornalisti, scrittori, imprenditori, finanzieri.
Lui stesso, che amava vestire da contadino, si
fece confezionare abiti eleganti. E tutti
scoprirono le doti eccezionali di quel giovane
talento, che in pochi anni divenne uno dei
maggiori sarti di Milano, premiato per due volte
con le Forbici d'oro.
Ma proprio mentre la carriera andava a gonfie
vele, Martinelli si ammalò. Ulcera allo stomaco.
L'insidiosa malattia di chi somatizza ansie e
preoccupazioni. Un tormento terribile per un
sarto che deve restare chino al tavolo di lavoro
per quindici, sedici ore il giorno. Se non vuole
morire deve tornare nella tranquillità del suo
paese natale, sentenziarono i medici. Ma a
Sandrà nessuno allora aveva i soldi per andare
da un sarto famoso a ordinare un vestito. Era la
fine di un sogno. Ma Martinelli non si perse
d'animo. Decise di cambiare lavoro. Non più ore
ed ore a tagliare e cucire vestiti di alta
sartoria. Pensò di diventare un produttore di
abbigliamento. Un divulgatore di confezioni
eleganti e belle a prezzi popolari.
Eravamo alla fine degli Anni Cinquanta. In
Lombardia stava prendendo piede il lavoro a
domicilio. Martinelli, ritornato al suo paese
d'origine, cominciò a tagliare abiti femminili e
ad affidarne la confezione alle casalinghe di
Sandrà che non potevano andare in fabbrica,
anche perché fabbriche a Sandrà non c'erano.
L'iniziativa ebbe subito successo. Martinelli la
perfezionò. Insieme ai propri fratelli aprì uno
stabilimento, poi un secondo, poi un terzo
continuando però anche ad allargare il lavoro a
domicilio che valicò i confini di Sandrà
diffondendosi nei paesi limitrofi. In un paio
danni, centinaia di persone lavoravano per
l'azienda Martinelli che continuava a crescere.
Alcuni dei dipendenti, imparato il mestiere e
allettati dal successo del loro datore di lavoro,
decisero di mettersi in proprio. E Martinelli
non li ostacolò considerandoli dei concorrenti,
come in genere avviene. Anzi, ricordando che
anche lui era stato aiutato da Guareschi
all'inizio della carriera, agevolò quelle
persone. Non solo con dei consigli preziosi ma a
volte prestando loro dei soldi senza mai
chiedere una lira di interesse.
In questo modo, Nicola Martinelli contribuì a
dar vita a un movimento di lavoro che ha
trasformato interi paesi del Garda e del
veronese. Le campagne, prima povere, ora
brillano di benessere. Villette e gradevoli
costruzioni aziendali si mescolano con
equilibrio tra il verde degli ulivi. Decine di
piccole aziende di confezioni femminili sono
sorte sull'esempio di quelle create da
Martinelli, tutte impegnate a mettere sul
mercato prodotti di ottima qualità, tanto che la
Regione Veneto con una apposita legge ha
stabilito che i centri dove questo tipo di
abbigliamento viene prodotto possano fregiarsi
del prestigioso titolo di Distretto veronese del
Pronto Moda.
Nicola Martinelli ha festeggiato mezzo secolo di
attività imprenditoriale. E bene ha fatto la
casa Editrice Ancora a dedicargli un libro per
far conoscere che cosa ha realizzato e come lo
ha realizzato. Celebrando, in questo modo, non
solo lui, ma la categoria cui appartiene, cioè
quella dei piccoli imprenditori italiani, che
sono molti, moltissimi nel nostro Paese: geniali,
generosi, umili, riservati, gran lavoratori,
persone che tengono in piedi la nostra economia
e offrono speranze positive per l'avvenire anche
quando si presenta difficile.
Trignano, frazione di Fanano (Modena), febbraio
1906. Giuseppe, un ragazzo di sedici anni parte
per raggiungere il padre negli Stati Uniti.
Assieme a lui viaggia anche il cercatore d'oro
Felice Pedroni, quarantasette anni, che
nell'estate del 1902 ha trovato l'oro in Alaska
ponendo le basi per la nascita della città di
Fairbanks. Per Pedroni quel viaggio di ritorno
avviene in un momento molto difficile della sua
esistenza. Il loro incontro cambierà la vita di
Giuseppe, spingendolo a seguire Felice fino a
Fairbanks, dove trascorrerà quattro anni facendo
il minatore.
È la storia di Trignano, un piccolo borgo
dell'Appennino, dove molte persone devono
emigrare. È una storia di emigranti italiani in
cerca di migliori condizioni di vita. È la
storia di Fairbanks, una città nata solo tre
anni prima, dove tutto sembra possibile. È la
storia dell'ultima frontiera americana, dei
bianchi che vanno a impossessarsi dei territori
indiani. È la storia del viaggio del ragazzo,
inteso anche come crescita: il passaggio
dall'adolescenza all'età adulta. Non ci sono
miti e tanto meno eroi, solo la dura vita
quotidiana ricostruita fedelmente grazie ad un
ricerca storica di quasi vent'anni.Giuseppe e
Felice rappresentano il "filo rosso" che collega
le montagne modenesi all'Alaska. È la storia di
uomini in cerca del loro sogno, quello di
raggiungere la "fine dell'arcobaleno".
L'Autore dedica il romanzo a suo padre, agli
emigranti fananesi e ai trignanesi.
Parte del ricavato della vendita sarà devoluto
al "Comitato Terra di Trignano", per contribuire
a realizzare gli allestimenti del museo dedicato
alla Linea Gotica dei Monti della Riva che vuole
rilanciare la frazione.
Massimo Turchi è
nato a Fanano (Modena) nel 1962. "Alla fine
dell'arcobaleno. La storia di Felice Pedroni da
Fanano all'Alaska" è il suo primo romanzo. Nel
1999 ha pubblicato, assieme a Gaetano Lodovisi,
il saggio storico "La Via Romea, tra Modena e
Pistoia attraverso la terra di Fanano"; con
Prospettiva editrice sta pubblicando il saggio
storico "La linea Gotica e le stragi.
Settembre-Dicembre 1944". E' autore di vari
articoli su storia e tradizioni dell'Appennino
modenese.
Artestampa, Modena, 2006
Le poesie e i
racconti, tutti in italiano con versione
inglese a fronte per facilitarne la
comprensione nei paesi anglofoni, partendo
da tematiche legate al fenomeno immigrazione
scavano in profondità per scandagliare temi
universali quali la costruzione
dell'identità, il rapporto dell'individuo
con la morte, con il proprio passato e con
il futuro.
Nei racconti, attraverso il veicolo di un
serrato monologo interiore, l'autore, una
specie di Leopold Bloom africano, ci guida
non per le strade di una Dublino di inizio
novecento ma per le strade della provincia
modenese o per le spiagge della riviera
romagnola, agli albori del 21esimo secolo,
nei Cpt di un'Italia immemore della sua
stessa esperienza di emigrazione facendoci
conoscere personaggi come Saviceveca la
badante, o Ali I, con titoli quali "Come,
quando in spiaggia, non farsi scambiare per
un venditore di accendini", o "L'8 per
mille", partendo da situazioni che
potrebbero sembrare banali, la voce narrante
con demistificante ironia mette a confronto
l'immigrato e l'autoctono, il primo alle
prese con uno spaesamento sia materiale che
spirituale dettato dalle strane usanze e
burocrazie del nuovo paese e il secondo
incapace di instaurare rapporti di parità
con il "diverso".
Nelle poesie lo spirito irrequieto
dell'autore assume toni nostalgici ma nel
contempo di denuncia. Il bambino soldato che
crolla sotto il peso delle proprie armi e
della propria coscienza, lo sfogo di un
immigrato che continua a sognare di sposarsi
la ragazza del suo paese, un addio alla
madre lontana che non si potrà rivedere in
punto di morte, l'immagine del raduno dei
cani randagi visti con disprezzo dal "probo"
cittadino lasciano un profondo solco
nell'immaginario del lettore, contribuendo a
gettare le basi per un dialogo tra immigrati
ed autoctoni che in Italia rimane ancora da
costruire, ma la cui necessità e' ancora più
impellente adesso che la seconda generazione
(figli di
immigrati nati o cresciuti in Italia)
rivendica un suo ruolo e posizione nella
società.
Il ricavato della vendita di questo libro
verrà destinato a progetti a favore dei
ragazzi eritrei in età scolare che vivono in
condizioni di assoluta indigenza nei campi
profughi in Sudan. L'idea di questo progetto
nasce in seguito ad un viaggio in Sudan
effettuato alla fine del 2004, lungo la
fascia del confine con l'Eritrea, in cui
l'autore ha constatato di persona la
drammatica situazione nei campi profughi che
ha visitato..
Avviso
La Casa Editrice 'Prospettiva
Editrice' di Civitavecchia
(Roma), diretta da Andrea Giannasi, ha da poche
settimane varato; in Garfagnana, un
mensile: 'Il
giornale di Castelnuovo'. Il
nuovo periodico, che
è realizzato
sia nella forma web,
www.ilgiornaledicastelnuovo.it, che nella
forma cartacea, ha in cantiere la realizzazione
di un'importante progetto sull'emigrazione. A
tale scopo stanno cercando, nel mondo,
racconti, fotografie, documenti che testimoniamo
l'emigrazione, dalla Garfagnana e dalla
Lucchesia, dei tanti italiani che tra la
fine dell'800 e i primi anni del '900,
hanno lasciato la loro terra per recarsi
all'estero a lavorare.
Tutti coloro in grado di contribuire alla
realizzazione di questo progetto possono inviare
il loro materiale al seguente indirizzo:
Dott.
Andrea Giannasi
Prospettiva Editrice
Via Terme di Traiano, 25
00053 - Civitavecchia (Roma)
ITALIA
oppure potete
contattarli al:Tel. e Fax 0766 23598
Il progetto è nato dalla volontà di approfondire
il tema della migrazione dei popoli, e
dell’impatto che tale evento produce nella
storia/nelle storie di chi lo vive. Inoltre, il
territorio del Frignano offre la possibilità di
accostare quelle che, a nostro avviso, sono due
facce della stessa medaglia: l’emigrazione e
l’immigrazione. Pensiamo, infatti, che tali
movimenti di persone, anche se distanti nel
tempo, possano avere caratteristiche del tutto
simili: dalle cause che li generano, alle
modalità in cui si realizzano, alle conseguenze
che ne derivano in termini individuali e sociali.
L’obiettivo non è quello di dare risposte, ma di
sollevare dubbi, e di fornire stimoli su di un
evento che, se ha un effetto significativo per
la storia sociale di un determinato luogo, ne ha
uno altrettanto importante per il vissuto di chi
ne è protagonista.
Cardine del progetto sono state le interviste
raccolte delle persone emigrate e immigrate del
territorio.
Presto online, scaricabile gratuitamente, il
volume "Il piroscafo e il gommone: storie di
persone che migrano"